L’8 marzo tra i banchi: la parità comincia dai No

Perché imparare a gestire gli insuccessi è la base della libertà e del rispetto per gli altri.

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Massimiliano Malagnino

Docente e funzione strumentale

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C’è un’immagine che, più di qualunque altra, restituisce il senso di un Istituto Comprensivo. È quella di un percorso, tanto giocoso quanto profondo e serissimo. Vediamo entrare, mano nella mano, dei bambini che hanno appena imparato a muovere i primi passi e, qualche anno dopo, vediamo uscire ragazzi e ragazze che si apprestano ad affrontare il mondo con mezzi e risorse propri. Per dirla con un termine inglese di difficile traduzione, entrano toddlers ed escono donne e uomini.

In questo arco di tempo, lungo solo nei numeri, ma non nel vorticoso avvicendarsi delle giornate scolastiche, succede tutto: si impara a leggere, a scrivere e a far di conto, ma soprattutto si impara a stare con gli altri. Tra l’alfabeto e i numeri, i nostri ragazzi costruiscono quelle soft skill che non servono solo ad avere tante crocette nella colonna “avanzato” nella certificazione delle competenze, ma servono, soprattutto, a interpretare la realtà: imparano a comunicare, a collaborare e a riconoscere il valore di chi hanno accanto. È proprio in questo apprendimento quotidiano che si gioca, a partire dal primo momento in cui si sta in un gruppo, o in una classe, la partita della parità. 

L’8 marzo non può essere per noi una ricorrenza astratta, né distratta. È, prima di tutto, una giornata di memoria e gratitudine. Dobbiamo ricordare ai nostri studenti che i diritti di cui tutti godono oggi nella nostra società — il diritto di studiare, di votare, di lavorare, di decidere della propria vita — non sono caduti dal cielo. Sono il frutto della fatica, delle lotte e del coraggio di generazioni di uomini e donne, soprattutto donne, che di diritti ne hanno avuti sempre di meno e che hanno sfidato barriere per consegnarci un mondo più giusto. Sono il risultato di una determinazione e di una forza che hanno contribuito a rendere questa società un posto un po’ più equo.

Ed è una forza che oggi serve più che mai, non solo per rivendicare diritti, ma per difendere la vita stessa attraverso il rispetto. L’educazione che offriamo nelle scuole è infatti l’unico vero argine possibile contro la violenza che troppo spesso riempie la cronaca. Quando parliamo di parità, parliamo innanzitutto di rispetto, e di una consapevolezza che deve essere costruita giorno dopo giorno, ma che deve nascere presto: le radici di quel senso di possesso che genera la barbarie dei femminicidi si estirpano proprio a partire dai piccoli gesti quotidiani. Tutto è collegato: il modo in cui ci passiamo i pennarelli all’asilo, come giochiamo in cortile, come ci “sfidiamo” in palestra. In tutti questi momenti, c’è un passaggio cruciale che conta forse più di tutti gli altri: è il modo in cui impariamo a reagire quando perdiamo, quando qualcuno ci dice di “no”, quando capiamo che non tutto può essere nostro, solo perché lo vogliamo, e non tutto può essere sempre esattamente come lo desideriamo.

La vera parità di genere inizia dal rispetto, e il rispetto inizia dall’accettazione del rifiuto. Inizia dalla consapevolezza profonda che nessuno appartiene a nessun altro, che nulla ci è dovuto solo perché lo desideriamo, lo chiediamo, lo pretendiamo. Educare al rispetto significa insegnare che un “no” — per un gioco negato, un’uscita saltata, un sentimento non ricambiato e anche, perché no, un voto al di sotto delle nostre aspettative — non è un insulto o un fallimento, ma un limite necessario da rispettare. Un “no” spesso educa più di cento “sì”, perché insegna a riconoscere la libertà dell’altro come un confine invalicabile.

Noi docenti ci proviamo, tutti i giorni, a insegnare il valore dei “no”, e lo facciamo con gli strumenti che abbiamo: la parola, la spiegazione, il confronto. Dall’altra parte, c’è bisogno di famiglie che non giochino una partita di curling per i loro figli, cercando, in qualsiasi modo possibile, di levigare ogni ostacolo e spianare la strada per evitare loro ogni minima frustrazione. Se non insegniamo ai nostri ragazzi a gestire un rifiuto e a vivere tutta la gamma delle sensazioni che qualsiasi dinamica sociale può generare — anche, e forse soprattutto, quelle spiacevoli — non daremo loro gli strumenti per diventare adulti equilibrati. E l’equilibrio è fondamentale nel raggiungimento della parità.

Quest’anno l’8 marzo cade di domenica. Le nostre aule sono vuote e i corridoi silenziosi, ma il significato profondo di questa giornata continua ugualmente a risuonare tra i banchi. È l’occasione per rinnovare il nostro impegno quotidiano a trasformare quel vorticoso avvicendarsi di giornate scolastiche in un percorso di autentica libertà. Vogliamo che i nostri toddlers, diventando donne e uomini, quando lasceranno il nostro Istituto dopo il fatidico “orale di terza media”, portino con sé non solo voti, ma la capacità profonda di ascoltare e di accettare l’altro come individuo libero. Solo così quel faticoso percorso iniziato all’asilo, mano nella mano, potrà condurci verso un futuro più giusto.

Massimiliano Malagnino

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